Impronta Ecologica
Calcola la tua Impronta Ecologica InFea 2014

Con il contributo della Provincia di Torino, in ambito del Progetto INFEA (INFormazione Educazione Ambientale derivante da un programma del Ministero dell'Ambiente finalizzato a diffondere sul territorio strutture di informazione, formazione ed educazione ambientale), la Circoscrizione 5 di Torino insieme all'Associazione MeC Educational e alle scuole di ogni ordine e grado del territorio con le quali sono state gettate le basi della progettualità educativa Infea 2014, propone ai suoi abitanti e a tutti coloro che nel territorio circoscrizionale vi lavorano o studiano un semplice ed intuitivo metodo di calcolo dell’Impronta Ecologica che permette alla Circoscrizione di scoprire l’impronta ecologica dei suoi cittadini e al bambino come all’adulto di conoscere il suo impatto sul Pianeta, suggerendogli allo stesso tempo buone pratiche per ridurre il suo impatto su di esso.

[Calcola la tua Impronta Ecologica]

CHE COSA E’ L’IMPRONTA ECOLOGICA

L’impronta ecologica è un indicatore che mette in relazione gli stili di vita di una popolazione con la quantità di natura necessari per sostenerli.

Se volessimo definire in poche parole l’impronta ecologica, potremmo descriverla come la porzione di terreno di cui ha bisogno ciascuna persona per vivere, cioè per ricavare le risorse che impiega e smaltire i rifiuti che produce. Insomma, si tratta di tradurre in ettari di suolo tutto ciò che ci serve per vivere. Rientrano tra gli esempi pratici per capire cosa si intenda per impronta ecologica il coltivare un orto come l'allevare un animale, l’elettricità che consumiamo, i processi produttivi dei beni che utilizziamo, il carburante per le nostre macchine e le nostre macchine stesse: tutto può essere trasformato in suolo occupato. Senza dimenticare che le cose che usiamo e consumiamo producono degli scarti, quindi è necessario tenere in considerazione anche lo spazio necessario a smaltire questi rifiuti. E quindi coltivare un orto richiederà un dato numero di metri quadrati, il pascolo di animali pure, così come il suolo su cui edificare la nostra casa, il bosco da cui ricavare il legname per costruire oggetti utili, lo specchio d’acqua per i nostri bisogni idrici e così via, così come lo smaltimento dei rifiuti o l’area verde che contiene il numero di piante necessarie ad assorbire l’anidride carbonica che produciamo.

È necessario però introdurre un’altra variabile, cioè quella della carrying capacity, letteralmente la capacità di carico. Questo dato è simile a quello dell’impronta ecologica e ci dice quanto suolo un Paese può offrire, cioè a quanto ammontano le sue risorse. Per esempio la carrying capacity dell’Italia è di 1,1 ettari, vuol dire che ogni italiano dovrebbe poter vivere in uno spazio di queste dimensioni. Invece la media dell’impronta ecologica della popolazione italiana e superiore ai 4 ettari. Ciò significa che ogni italiano ha un deficit ecologico di oltre 3 ettari, cioè occupa oltre 3 ettari in più di quanto il suo territorio non gli permetterebbe di fare. Questo significa che siamo in uno stato di overshooting, cioè sovrapproduzione e sovra consumo. Molto semplicemente, consumiamo più risorse di quante il territorio ne possa fornire e produciamo più scarti di quanti il territorio ne possa smaltire.

Pertanto se nel test che compilerai la tua impronta ecologica risulterà essere inferiore a 2 ettari, sei sulla giusta strada per vivere in maniera sostenibile. Se il tuo risultato avrà un valore superiore vuol dire che stai occupando più suolo di quello che il nostro Pianeta ci offre. Puoi tentare quindi di ridurre il peso che hai sul pianeta con qualche piccolo accorgimento: consuma prodotti a km0 e di stagione, non lasciare i rubinetti aperti inutilmente o gli elettrodomestici in stand-by, per il viaggio prova a organizzarti con altri colleghi o amici che abitano e lavorano vicino a noi per utilizzare una sola automobile, o spostati in bici o con i mezzi pubblici, compra prodotti con imballi ridotti, riutilizza il più possibile i prodotti e ricicla seguendo i metodi di smaltimento più corretti.

Ad oggi infatti l’umanità intera usa l’equivalente di 1,3 pianeti ogni anno. Ciò significa che oggi la Terra ha bisogno di un anno e quattro mesi per rigenerare quello che usiamo in un anno. Scenari alquanto ottimisti delle Nazioni Unite suggeriscono che se il presente trend della popolazione e del consumo continuasse, entro il 2050 avremo bisogno dell’equivalente di due pianeti per il nostro sostentamento¹. E naturalmente ne disponiamo solo di uno. Nel presente così come con il Summit della Terra di Rio de Janeiro 1992 al quale parteciparono oltre centosettanta governi e oltre un centinaio tra capi di stato e di governo fu impellente la necessità di discutere di temi che trattassero soluzioni sul come vivere in maniera sostenibile per limitare l’aumento di CO2 responsabile dei cambiamenti climatici, prendendo in considerazione anche le risorse da fonti rinnovabili, l’inquinamento delle città e delle tossine e la scarsità di acqua. Si diede vita a una notevole produzione di atti che andarono dalla nota e ancora attuale Agenda 21, una sorta di manuale per lo sviluppo sostenibile del pianeta "da qui al XXI secolo" che persegue il noto motto “pensare globalmente e agire localmente”² , alla Dichiarazione di Rio, dalla Convenzione sul Cambiamento climatico che portò al Protocollo di Kyoto e alla Convenzione sulla diversità biologica.

Con la “La dichiarazione di Rio sull'ambiente e lo sviluppo” del 1992 furono gettate le fondamenta più importanti per la tutela dell’ambiente, volendo rendere partecipi e protagonisti attivi cittadini e Stati proprio come ci ricorda il Principio 1 “Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura.” e il Principio 15 “Al fine di proteggere l'ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il metodo precauzionale. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per rinviare l'adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.”

Proprio con il Principio 15 nacque altresì la definizione più nota del Principio di Precauzione, una definizione ampia ed alquanto articolata, che ha avuto come obiettivo iniziale quello della salvaguardia dell’ambiente per essere poi nei fatti applicata anche alla tutela della salute e al commercio internazionale. Una definizione che contiene un Principio che vuole essere fortemente pragmatico, un riferimento non solo astratto, ma concreto e applicabile, attraversato tuttavia da forti debolezze interpretative così come ne sono la prova i summit sull’ambiente ove si ha costantemente l'esempio di quanto la tutela dell’ambiente sia minata da posizione contrastanti che trovano spiegazione nella responsabilità comune ma differenziata, uno dei capisaldi ed allo stesso tempo ostacolo maggiore per il raggiungimento di decisioni comuni.

¹ www.footprintnetwork.org
² Agenda 21, Capitolo 28: "Ogni autorità locale deve aprire un dialogo con i propri cittadini, con le associazioni locali e con le imprese private e adottare un'Agenda 21 Locale."


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